MM.
Estratto dal romanzo · Primo capitolo

Le Sillabe del Dimenticato
Eco di Cristallo e Segni Perduti

Un ingresso nel mondo di Dolmek, nelle profondità della montagna, dove una scoperta impossibile cambia il percorso di Ryn’ash.

di Matteo Mazzotti 3,702 parole circa 17 minuti di lettura
Capitolo I

La luce celata

Le Sillabe del Dimenticato · Eco di Cristallo e Segni Perduti

La città dei Nani, Dolmek, non si vedeva finché non ci si era già dentro.

Chi percorreva la lunga strada che saliva dalla valle, e non ve n'era altra, ché i Nani non avevano mai sentito il bisogno di costruirne una seconda, giungeva a un certo punto in vista del lago e della montagna che vi si ergeva dietro come una parete. Il lago era scuro e quieto. Certe mattine d'autunno, quando la nebbia era bassa e il sole non passava, si poteva camminare per un'ora lungo la riva orientale senza sentire nulla tranne i propri passi e il rumore dell'acqua che lambiva i sassi. La montagna pareva non avere fine: grigia in basso dove la roccia era nuda, bianca in alto dove la neve non si scioglieva nemmeno in luglio, e da nessuna parte v'era segno che qualcuno vi abitasse.

Poi si girava attorno a uno sperone di roccia che nascondeva l'ultima curva della strada, e la si vedeva.

La porta era incastonata nella montagna come il cardine nel legno: così precisa nel suo alloggiamento che la giuntura fra pietra e pietra non era visibile neppure avvicinandosi. Due ante di un materiale più scuro della roccia circostante, alte quanto quattro case l'una sull'altra e larghe quanto la piazza d'un villaggio modesto, lavorate con una perizia che nessun artigiano vivente avrebbe saputo imitare e, per quanto ne sapessero gli stessi Nani, nessun artigiano morto. Non v'erano insegne sopra la porta, né simboli, né nome. I Nani non ritenevano necessario annunciarsi a chi non li conosceva già.

Oltre la porta, la montagna spariva.

Non subito, ci voleva qualche passo, il tempo che gli occhi si aggiustassero alla luce diversa, ma poi si capiva che la roccia attorno non era più una parete, né un soffitto: era semplicemente il limite di qualcosa di così grande che l'orizzonte non si vedeva. Strade. Portali. Finestre scavate nella pietra con le imposte aperte, e dentro le imposte la luce e il rumore delle case. Un canale che correva lungo il margine della strada principale con l'indifferenza dell'acqua che ha trovato il suo posto. E sopra, lontano, perso nella penombra e nel bagliore delle lanterne che vi pendevano come stelle ferme, il soffitto. Poi, sotto i piedi, attraverso le grate di metallo che coprivano certi tratti del pavimento, un altro soffitto ancora. E sotto quello un altro. E poi un altro.

Diciotto livelli scendevano nel ventre della montagna, ognuno largo quanto una città di pianura, ognuno alto quanto bastava a non sentirsi sepolti. I Nani avevano aperto la roccia come si apre una noce, e poi l'avevano aperta ancora, e poi ancora, per secoli, con la pazienza di chi non ha fretta perché la montagna non andrà da nessuna parte.

Nei primi cinque livelli viveva la città vera, case, strade, mercati, giardini. L'acqua scorreva dappertutto: canali lungo le strade più larghe, vasche alimentate da sorgenti che i Nani non avevano mai lasciato prosciugare, e al centro del secondo livello, in una caverna così alta che il soffitto si perdeva nell'ombra, una cascata che cadeva in un bacino di pietra liscia e ripartiva in due bracci.

Le case erano scolpite nella roccia: non costruite sopra di essa ma ricavate dentro, con finestre che guardavano sui corridoi, portali ad arco, soglie levigate dalla frequentazione di generazioni. Le cose erano riparate prima di rompersi. I materiali erano buoni, sempre, senza eccezioni. Nei giardini, negli atri, nelle piazze, sui terrazzi affacciati sul vuoto dei livelli inferiori, crescevano alberi che avevano trovato il modo di abbarbicarsi alla roccia, rampicanti che incorniciavano le aperture, aiuole curate con un'attenzione che un Elfo avrebbe riconosciuto, forse con un poco di invidia.

Dolmek era la città più prospera che il mondo ricordasse. Anche grazie alle miniere e alle officine. Cominciavano al sesto livello, dove i portoni non restavano sempre aperti e il calore saliva dal basso con l'odore del metallo.

Ryn'ash era arrivato tre anni prima da Aeryn'sul, la capitale degli Aeronai, città della conoscenza, con una valigia troppo pesante e il genere di espressione che i Nani riconoscono a colpo d'occhio: quella di chi non ha la più pallida idea di dove si trova e si vergogna un poco di ammetterlo. Un guardiano gli aveva indicato la strada senza sorridere e senza essere scortese, che sono per i Nani la stessa cosa.

Era alto e magro, di pelle blu-grigia cerosa. Aveva gli occhi grandi di chi guarda le cose più da vicino di quanto la cortesia richiederebbe, e polvere sotto le unghie in ogni stagione dell'anno. Quando qualcosa non lo interessava era altrove, nel senso più letterale: presente di corpo, assente di tutto il resto. Quando qualcosa lo interessava, era difficile distoglierlo. Non gli importava del prestigio né della compagnia: voleva capire le cose, e il resto era contorno.

La sua grande passione erano le lingue morte, quelle in cui restavano nomi che nessuna bocca viva sapeva più pronunciare. Lo aveva portato qui.

Valdrum, quella che veniva chiamata la Scuola delle Profondità, era una torre che scendeva: nata al primo livello, passava attraverso il secondo e il terzo come un chiodo conficcato nel cuore della città, con corridoi, scale, saloni che cambiavano aspetto a seconda di ciò che vi si insegnava, pareti coperte di carte e mappe in certi punti, di campioni minerali in altri, di strumenti che nessuno sapeva nominare a colpo d'occhio in altri ancora. Le aule portavano il segno di chi le abitava: quelle di storia odoravano di polvere e inchiostro, quelle di scienze di qualcosa di più aspro, e i dormitori, sparsi ai margini dei tre livelli, erano stretti e rumorosi e sempre troppo caldi o troppo freddi a seconda della stagione. Vi studiava gente venuta da ogni parte del mondo conosciuto, molti Nani, che erano di casa, ma anche Umani, Elfi, Aeronai. I professori erano duri, precisi, e non necessariamente Nani. I corsi di linguistica antica e archeologia erano i migliori che si conoscessero. Almeno così diceva chi li aveva frequentati.

Tre anni erano bastati per fare di Dolmek qualcosa di simile a casa, non del tutto, ma abbastanza. Ryn conosceva i corridoi, le scale, il modo in cui la luce cambiava scendendo da un livello all'altro. Conosceva i professori e le loro abitudini, i compagni e i loro silenzi. E quell'autunno, come ogni anno, era arrivato il momento che attendeva.

Il permesso arrivò all'inizio dell'autunno, come voleva l'usanza. Era un foglio di carta color avorio, levigato ai bordi da mani che non si affrettavano mai, firmato con una calligrafia verticale e densa che Ryn aveva imparato a riconoscere tra mille. Vaelkur, il direttore dell'Accademia, non usava sigilli. Non ne aveva bisogno: la sua firma era sufficiente a far aprire qualunque porta nella città sotto la montagna, e probabilmente anche qualcuna fuori.

Per gli studenti del terzo anno la discesa nelle miniere profonde era una soglia, il momento in cui il sapere dei libri incontrava la roccia viva. Il permesso si chiedeva all'inizio di ogni anno accademico, si attendeva in silenzio, e quando arrivava, sempre, perché Vaelkur non negava mai una richiesta giustificata, veniva trattato con la cura riservata alle cose fragili. Ryn lo piegò in quattro lungo le pieghe già segnate e lo infilò nella tasca esterna della giacca, dove non potesse sgualcirsi. Poi rimase un momento sulla soglia dell'ufficio del direttore, con la luce fioca del corridoio alle spalle e quella più fioca ancora dell'interno davanti a sé, e cercò di capire se avesse dimenticato qualcosa.

Non aveva dimenticato nulla. Era solo che ogni anno, in quel momento preciso, si fermava un istante più del necessario. Il permesso in tasca era più di un semplice foglio: era la promessa del silenzio che lo aspettava laggiù, del modo in cui l'aria cambiava consistenza a ogni livello, diventando più densa, più antica, come se si sedimentasse insieme alla roccia. Era la sensazione, che non lo aveva mai abbandonato dalla prima volta, di essere in un posto che esisteva da prima che qualcuno decidesse di dargli un nome.

«Ryn.»

Si voltò. Vaelkur era ancora seduto dietro la scrivania, le mani congiunte sul piano di legno scuro, e lo guardava con un'attenzione che era la sua versione del silenzio.

Era vecchio di un'età che nessuno sapeva con certezza. Nemmeno i professori che sedevano nei consigli dell'Accademia da decenni parevano conoscerne la misura, e quei pochi che avevano osato chiedere direttamente s'erano visti rispondere con una domanda; era il modo di Vaelkur per dire che la faccenda non li riguardava. I capelli erano bianchi, lunghi, in parte raccolti in trecce sottili, e in certe luci, quelle oblique che calavano dai pozzi di ventilazione quando il pomeriggio volgeva al termine, e il chiarore si frangeva contro i filoni di minerale grezzo nelle pareti, la pelle lasciava intravedere qualcosa che non era riflesso. Qualcosa di più interno. Scintille iridescenti, tenui come scaglie di mica, che apparivano e svanivano innanzi che si potesse dire d'averle scorte.

Ryn le aveva notate solo poche volte.

«Brak vi aspetta al sesto livello,» disse Vaelkur. «Tenetevi insieme. Non allontanatevi dal gruppo.»

«Certo,» disse Ryn.

«E Ryn.»

«Sì?»

Vaelkur lo guardò ancora un momento. Poi abbassò lo sguardo sui fogli davanti a sé, con il gesto di chi riprende un lavoro interrotto.

«Buona discesa.»

Ryn uscì nel corridoio. Alle sue spalle, dalla stanza del direttore, non venne più alcun suono, nemmeno il fruscio della carta, nemmeno il respiro. Solo il silenzio che Vaelkur portava sempre con sé, come un secondo mantello.

«Tenetevi al centro dei passaggi,» disse Brak, senza preamboli, mentre cominciavano a calare oltre il quindicesimo livello.

La sua figura tozza bloccava gran parte della luce della torcia, proiettando un'ombra nodosa sulla parete. Aveva le spalle larghe come la bocca di un forno, la pelle segnata da una rete di cicatrici chiare che raccontavano quarant'anni di crolli, esplosioni e rotture male aggiustate. Le mani, infilate in guanti coriacei e lucidi d'uso, stringevano la torcia con una sicurezza quasi irritante, come se il buio stesso dovesse chiederle il permesso.

«Non toccate le pareti là dove scorrono le vene scure. I dotti dell'Accademia lo chiamano pyrilithion, pietra-di-fuoco. Ma noi minatori abbiamo sempre detto sangue-di-roccia, ché scorre nelle fratture come linfa nera e addormentata.»

Fece una pausa, giusto il tempo d'un crepitio della torcia.

«Sembra polvere di carbone, innocua a vedersi. Ma se l'acciaio la sfiora di striscio nel verso sbagliato, o se una scintilla la coglie, esplode. Erompe in una fiammata che strappa la roccia come fosse pane secco, e lascia dietro di sé solo una bocca nera e un odore amaro che vi resta nelle narici per giorni. E con esso, a volte, il silenzio di chi c'era e non c'è più.»

Nessuno fiatò. Ashei, uno studente umano amico di Ryn, ritrasse per istinto la mano che stava già allungando verso la parete. La vena di pyrilithion lì accanto pareva quasi vibrare nel chiarore della torcia, immobile eppure tesa, pronta a incendiarsi.

«Non staccate nulla dalla roccia. Non levate la voce: il suono qui rimbalza, e quel che ne torna non vi piacerà udirlo. E se vi perdete, fermatevi e attendete. Non fate nulla d'ingegnoso.»

Scesero.

Le miniere profonde erano un altro mondo. Non nel senso in cui si dice per esagerare, ma nel significato più letterale e stretto della parola: l'aria era diversa, la luce era diversa, e il tempo pareva diverso. Chi calava per la prima volta s'attendeva il buio e trovava invece una cosa che non era né buio né luce, ma qualcosa di mezzo, e di strano. Le pareti erano attraversate da filoni di minerale che catturavano il chiarore delle torce e lo rimandavano in ogni direzione, moltiplicato e mutato: rossi cupi come sangue vecchio, verdi pallidi e freddi, e un blu quasi bianco che Ryn non aveva mai visto in superficie e che faceva male a guardare troppo a lungo.

Le impalcature di legno e ferro calavano lungo i fianchi della voragine centrale come le costole di un animale enorme. I sentieri si biforcavano e serpeggiavano verso il basso, più stretti a ogni svolta, finché le torce non giungevano più alle pareti opposte e si camminava in un pallido chiarore, circondati dall'oscurità. Dal fondo si levava un calore umido e un silenzio particolare: non assenza di suono, ché di suoni ve n'erano molti, il gocciolare dell'acqua, lo scricchiolare del legno, il respiro della roccia che si assestava, ma qualcosa di più greve, come se i rumori laggiù fossero fatti d'una materia più densa.

Ryn camminava col taccuino in mano e la torcia stretta goffamente sotto il braccio. Prendeva nota d'ogni cosa: i colori dei filoni, le direzioni, gli angoli della discesa, la consistenza della roccia quando la sfiorava di passaggio. Era il suo modo di stare al mondo. Ciò che non scriveva gli sfuggiva; ciò che scriveva diventava suo.

Il gruppo procedeva lento, ordinato, col ritmo cadenzato di chi conosce il terreno. Brak guidava senza voltarsi, come se le bastasse udire i passi alle sue spalle per sapere che erano tutti ancora là.

Fu lei, a un certo punto, a indicare un passaggio laterale con un gesto distratto della mano.

«Vicolo cieco a sinistra. Svoltate sulla destra, dietro di me.»

Il gruppo seguì. Ryn si fermò.

Non avrebbe saputo spiegare perché, nemmeno più tardi, ripensandoci. Non aveva udito nulla di preciso. Non aveva visto nulla. Era più simile a una sensazione, l'impressione che il passaggio non fosse finito, che vi fosse qualcosa oltre l'imbocco di cui Brak aveva detto. Non un suono. Un'attesa.

O forse era solo la curiosità. La curiosità, per Ryn, era un prurito che non dava tregua finché non ci si grattava. Il gruppo procedeva lento, e nessuno guardava nella sua direzione.

S'infilò nel passaggio.

Era stretto abbastanza da costringerlo a voltarsi di fianco. Le ali gli gravavano contro la schiena, piegate e compresse, e doveva tenere la torcia innanzi a sé col braccio teso, ché spazio per portarla altrimenti non ve n'era. La roccia era fredda e umida sotto le dita.

Il passaggio curvava verso il basso. Dopo una decina di passi, Ryn s'accorse che continuava, e che non aveva l'aria d'un vicolo cieco. Forse Brak non vi era mai entrata, o forse il passaggio era mutato da quando lei l'aveva visto l'ultima volta, come accade talvolta nelle montagne, che sono meno ferme di quanto ci piaccia credere.

Avanzò in silenzio, attento a dove posava i piedi, con quella sensazione che conosceva bene: la stessa che provava quando trovava in biblioteca un testo che nessuno aveva aperto da un secolo, e capiva, innanzi ancora di leggerlo, che dentro vi era qualcosa per cui valeva la pena d'aver cercato.

La torcia guizzò.

Ryn l'abbassò d'istinto e vide la vena. Correva lungo la parete come una crepa irregolare, più scura della roccia che la circondava, quasi nera. La riconobbe. Non toccate le pareti là dove scorrono le vene scure, aveva detto Brak, e adesso Ryn stava per capire perché.

La torcia era già troppo prossima.

Non fece in tempo a ritrarla. La vena prese fuoco senza rumore, una luce arancione che corse lungo la roccia come acqua viva e sparì oltre la curva. Ryn s'appiattì contro la parete opposta, serrò gli occhi, trattenne il fiato.

Il boato non venne.

Venne invece qualcosa di diverso: un respiro lungo e profondo, come se la montagna si fosse girata nel sonno. La roccia vibrò sotto i suoi piedi, una vibrazione lenta che gli salì lungo le gambe e gli giunse fino ai denti. Dal fondo del passaggio si levò una nuvola di polvere bianca, sottile come farina, e poi silenzio.

Ryn aprì gli occhi.

Dove prima c'era roccia, ora si apriva un varco. La polvere calava lenta nell'aria ferma, e oltre l'apertura s'intravedeva qualcosa che la torcia non riusciva ancora a lambire, un respiro diverso, come di caverna antica e dimenticata.

La camera era piccola. Tre passi per quattro, press'a poco. L'aria era ferma e strana, non stantia, non fredda, ma diversa in un modo che Ryn non aveva parole per descrivere. Sapeva di tempo, se il tempo avesse un sapore.

Le pareti erano lisce. Troppo lisce per essere opera della natura, e tuttavia senza segno di scalpello o di utensile. Ryn le sfiorò con le punte delle dita, un gesto che non avrebbe saputo trattenere neppure volendo, ché era il suo modo di conoscere le cose, e la roccia era tiepida e morbida sotto il tatto, come qualcosa di vivo. Ritirò la mano.

Sul fondo della camera, in una rientranza irregolare nella roccia, c'era un cristallo.

Era piccolo, non più grande del suo pollice, e spezzato irregolarmente da un lato, come se fosse stato parte di qualcosa di più grande e ne fosse stato separato con violenza, o con necessità. Emanava luce. Bianca, fredda, tenue, come la prima stella della sera vista attraverso le nuvole. Non abbagliava. Non faceva rumore. Ma Ryn rimase fermo sulla soglia più a lungo di quanto avrebbe voluto ammettere, perché i cristalli non fanno luce da soli, non quelli che conosceva lui, non quelli che esistevano nei suoi libri, e ciò che aveva davanti era una cosa che non avrebbe dovuto esistere.

Poi, dal corridoio alle sue spalle, arrivò il suono dei passi di Brak.

Ryn s'inginocchiò. Allungò la mano, come per istinto. Il frammento era leggero, tiepido, e quando le sue dita si chiusero attorno a esso la luce si affievolì fino a scomparire, come un animale che si acquatta nel palmo di una mano e aspetta. Un cristallo spento, adesso. Un sasso qualunque.

Lo infilò di fretta nella tasca interna della giacca, e si alzò.

Poi la luce tornò.

Non il bagliore fioco di prima. Un lampo bianco, improvviso, che riempì la camera intera e non lasciò ombre. Ryn chiuse gli occhi per non accecarsi, e nel buio rosso delle palpebre vide ancora quella luce, impressa come un marchio. Poi svanì.

Quando riaprì gli occhi non era più nella camera.

Era in una galleria. Più larga di quella in cui era entrato, con le pareti di un colore diverso, pietra più chiara, quasi grigia, con filoni sottili di qualcosa che non riconobbe. Le torce alle pareti erano spente. La sola luce veniva da quei filoni, una luminescenza pallida e ferma che non proiettava ombre ma rendeva tutto visibile con una chiarezza quasi innaturale.

Ryn rimase immobile per un momento, con il respiro che gli tornava lento. Non sapeva dove fosse. Non sapeva come ci fosse arrivato. Sapeva soltanto che la tasca interna della giacca era tiepida, e che il calore era regolare, come un battito.

Si voltò. La galleria si estendeva in entrambe le direzioni con la stessa lunghezza apparente, la stessa luce, lo stesso silenzio. Non c'era modo di sapere quale fosse la strada giusta.

Scelse quella che saliva.

Camminò a lungo. La galleria curvava, si biforcava, tornava su sé stessa in modi che non seguivano nessuna logica che Ryn conoscesse. Ma il calore nella tasca rimase costante, e quando a un certo punto si trovò davanti a due passaggi identici e non sapeva quale scegliere, si fermò e aspettò. Il calore si fece appena più intenso verso destra. Prese a destra.

Alla fine della galleria c'era luce. Luce vera, grigia e fredda, luce di cielo aperto.

Ryn uscì dalla montagna.

Si trovò su un pendio erboso, con il vento che gli portava odore di neve e di lago. Dolmek si scorgeva in basso, la porta di pietra incastonata nella roccia come sempre, immobile e silenziosa. Il sole era basso. Aveva perso ore, o forse erano stati minuti, non riusciva a capire.

Rimase un istante fermo sul pendio, l'erba umida sotto i piedi, e le ali gli si dischiusero appena per la prima volta dopo ore, quasi a saggiare lo spazio e a riconoscerlo. Poi scese verso la città.

Brak lo trovò all'ingresso dell'Accademia, nel primo livello di Dolmek. Lo guardò da capo a piedi con la maestria che aveva affinato in quarant'anni di miniere, continuò a fissarlo, come se stesse verificando che fosse intero.

«Dove sei stato?» disse.

«Mi sono smarrito,» disse Ryn.

«Per tre ore.»

«Le gallerie si biforcavano.»

Brak lo scrutò in silenzio per un momento. Poi disse: «Hai l'aria di chi mi racconta stronzate.»

«Sono uscito dalla montagna,» disse Ryn. «Dal versante nord. Non so come.»

Un'altra pausa. Brak aveva quel genere di silenzio che i Nani usano quando stanno decidendo quanto di ciò che pensano valga la pena di dire ad alta voce.

«Sì, certo, dal versante nord. Non prendermi per sciocca.»

Ryn non rispose.

Brak lo guardava con attenzione.

Ryn trasse il frammento dalla tasca. Giaceva nel palmo come un sasso qualunque: bianco, spigoloso, muto. Non emanava bagliore alcuno. Non vi era in esso né calore né fremito.

Brak lo guardò. Poi guardò Ryn. Poi disse: «Quarzo comune. Davvero?»

«Era in una camera sigillata. Le pareti erano…»

«Non mi interessano i dettagli, ne parlerai col direttore,» lo interruppe Brak con un tono che non ammetteva replica. «È via per la settimana. Quando torna, gli racconti ogni cosa. Fino ad allora, non fare nulla d'ingegnoso.»

Ryn fece scivolare il frammento nella tasca interna della giacca, là dove il tessuto posava sul cuore. Il calore tornò subito, lieve e costante.

Seguì Brak fino alle stanze degli studenti. Nei corridoi dell'Accademia le torce bruciavano regolari, l'acqua scorreva nei canali col suo rumore familiare, e da qualche parte in basso risuonava il colpo cadenzato dei picconi contro la pietra viva. Il mondo andava avanti come sempre.

Quella sera, nella sua stanza, Ryn posò il frammento sul piano di studio e aprì il taccuino.

Camera naturale sigillata, scrisse. Dimensioni approssimative tre passi per quattro. Pareti levigate, origine incerta, nessun segno di utensile. Reperto: frammento cristallino di natura sconosciuta, con luminescenza interna non riconducibile a fonte esterna. Possibile valore archeologico significativo.

Chiuse il taccuino. La penna rimase ferma in mano per un momento. Poi lo riaprì e aggiunse, sotto, con una calligrafia più piccola e meno sicura:

Non so come sono uscito dalla montagna. Non so cosa sia il frammento. Non so se le due cose siano collegate. Appena tornerà Vaelkur sarò nei guai.

Fuori, nel corridoio, qualcuno passò con passo pesante e poi il silenzio tornò. Il frammento sul tavolo non faceva nulla. Giaceva muto.

Ryn lo guardò a lungo. Poi spense la lampada e andò a dormire.

Fine del primo capitolo.

Questo estratto appartiene a un progetto editoriale fantasy in sviluppo, costruito attraverso scrittura, worldbuilding e coordinamento di workflow IA.

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